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mercoledì 19 novembre 2014

Scatti di Memoria


Scatti di Memoria 
Rwanda 1994-2014

Museo di Roma in Trastevere



Nel ventennale del genocidio che ha colpito la popolazione ruandese, la mostra Scatti di Memoria-Rwanda 1994-2014, visitabile dall’8 ottobre 2014 al 11 gennaio 2015 presso il Museo di Roma in Trastevere, ha voluto testimoniare l’apertura al mondo di un popolo che ha saputo ricostruirsi. Da quelle foto traspare una serenità interiore che porta ad un equilibrio e ad una forza per affrontare il futuro. Nel percorso si vedono volti allegri, pronti a ricominciare ma soprattutto a credere e a sperare . Di notevole impatto emotivo, quelle foto esprimono una sensibilità ed una attenzione tali da incuriosire il visitatore. 

Non solo ma, nella sala espositiva ci sono delle piccole casse acustiche dove si possono udire le voci in lontananza delle donne, ancora appena adolescenti, che raccontano delle violenze e atrocità che hanno subìto in quel terribile periodo.
Angelo Savarese, questa volta in veste di fotografo, ha saputo ancora una volta esprimere al meglio la sua arte, e come nei quadri, in cui la scrittura si sovrappone a tecniche pittoriche di grande rilievo, ha saputo cogliere la gestualità naturale di una persona che si appresta a scrivere. 

Nelle foto ci sono il lavoro, la quotidianità, simboli di una forte volontà di ricominciare, ma in quella sembra che tutto questo venga messo nero su bianco. Il visitatore rimane colpito dall'allegria sui volti di quelle persone, dalla speranza, dalla gioia, dalla voglia di farcela. Le foto costituiscono una finestra sul futuro, sull’ottimismo e sulla vita, dove non c’è posto per la tristezza, la paura i sentimenti negativi.
Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che il percorso testimonia il passaggio tra un periodo drammatico ed un pensiero positivo sul futuro.

Antonella Corradi

martedì 18 novembre 2014

ZOMBITUDINE



Teatro dell’Orologio

in collaborazione con
Romaeuropa Festival 2014

ZOMBITUDINE

progetto, testo, regia, interpretazione 
Elvira Frosini e Daniele Timpano




Riassunto improprio dello spettacolo.

Prendete posizione perché questa è la situazione

crisi, disoccupazione, depressione, destra, sinistra, centro, centro per l’impiego, centro commerciale, centro di prima accoglienza, accoglienza per i poveri, per i rifugiati, per i perseguitati, per gli uomini di buona volontà, di buona educazione, di buona famiglia, famiglie miste, famiglie allargate, famiglie monoreddito, reddito procapite, d’impresa, di cittadinanza, cittadinanza attiva, diritto di cittadinanza, diritto di manifestare, di scioperare, di scendere in piazza, di scendere al bar, a bersi un caffè, un caffè macchiato, corretto, un caffè al vetro, alla macchinetta, alla macchina del fango, alla macchina dello Stato, degli aiuti di Stato, dei segreti di Stato, dello Stato canaglia, della trattativa Stato-mafia, di Cosa nostra, degli affari nostri, del Padre nostro, del nostro interesse, contro il nostro interesse, a interessi zero, a costo zero, zero impegni, zero responsabilità, zero controindicazioni, contravvenzioni, controlli, contropartite, contro i privilegi, contro i primi della classe, contro tutto e tutti perché tutto può succedere, tutto è possibile, tutto è già finito, fine primo tempo, fine della serie, finale di stagione, gran finale, titoli di coda, titoli di Stato, stato dell’arte, stato sociale, stato civile, celibe, nubile, coniugato, data di nascita, di scadenza, tempo scaduto, tempo scadente, tempo pieno, indeterminato, part time, lavoro precario, lavoro poco, non lavoro, non studio, non faccio niente, non ho prospettive, programmi futuri, progetti di vita, non vivo, non vivo più da tempo, sono un morto che cammina, che parla, che respira, nella pace dei sensi, senza sensi di colpa, colpevole a prescindere, condannato alla morte civile, mi arrendo alla morte apparente, morirete tutti se non siete già morti, se non siete già zombie.
Flaminia Chizzola





Uomo e galantuomo


Uomo e galantuomo
di Eduardo De Filippo

Teatro Quirino
Fino al 23 novembre
Con Gianfelice Imparato, Giovanni Esposito, Valerio Santoro, Antonia Truppo, Monica Assante di Tatisso, Giancarlo Cosentino, Gennaro De Biase, Fabrizio La Marca, Ida Brandi, Lida Zinno, Federica Aiello

Scene Aldo Buti
Costumi Valentina Fucci
regia di Alessandro D’Alatri



Due storie parallele di onore e dignità, l’espediente “teatro nel teatro” e il cielo azzurro di Bagnoli: questi i tre ingredienti principali della ricetta perfetta per una commedia degli equivoci. 
Così si presenta al grande pubblico del Teatro Quirino di Roma, uno dei capolavori più belli di Eduardo De Filippo: Uomo e Galantuomo. 

Così sceglie di fare il regista Alessandro D’Alatri. Raccontare la napoletaneità attraverso la teatralità dell’Uomo che ricorre alla pazzia per scongiurare verità non facili da accettare e che reinventa ruoli e personaggi per far riuscire bene la farsa. Il tutto a sgomitate tra contraddizioni comiche ed improvvisazioni goliardiche che divertono lo spettatore. Il pubblico ride delle disgrazie altrui, degli inconvenienti con cui la sorte colpisce sia l’uomo che il galantuomo, sia la necessità che il blasone. Ma sempre rappresentate con sobrietà e eleganza.

Si ride fino alle lacrime, ma il contagioso “Lallalaralì, Lallalaralà” di invenzione eduardiana è anche un input di riflessione morale.
L’umorismo pirandelliano a cui si accenna di frequente e la genuinità della rappresentazione drammatica partenopea sono gli argini in cui si dimena il fiume travolgente della narrazione di Uomo e galantuomo.

Al centro della storia c’è una compagnia di teatranti scalmanati e impreparati, guidati dal capocomico Gennaro, che recita bene sì, ma il dramma proletario di artisti alla ribalta senza talento e denari che tentano di vivere alla giornata. Le loro vicissitudini, le loro strade si intrecciano e viaggiano assieme a quelle della classe borghese di Bagnoli, interprete anch’essa ma di drammi diversi per forma forse, ma non per contenuto. 
Il tradimento, l’onore da salvare, la dignità e poi un’unica e condivisibile valvola di sfogo: la finzione della follia.

Quanto uomo e quanto galantuomo sia ravvisabile da ambo le parti non si sa! 
Poco importa dell’estrazione sociale per comprendere che il dramma così come il teatro di per sé sono universali e riguardano tutti. A volte la farsa può non riuscire e l’improvvisazione non risultare, ma se è teatro, quello vero, come diceva il grande Eduardo “nonostante i sacrifici, fa battere il cuore, anche quando si ferma”.
Linda Tiralongo



lunedì 17 novembre 2014

Being Norwegian


Being Norwegian
di David Greig

traduzione Elena Arvigo
con Elena Arvigo, Roberto Rustioni
luci e allestimento Paolo Calafiore e Diego Labonia
organizzazione Marianna Caruso
regia Roberto Rustioni

Teatro Vascello
Fino al 23 novembre
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
in coproduzione con Associazione Fattore K.
in collaborazione con Olinda onlus



Gli stereotipi fanno male. Alle idee, alle persone. Ma a volte possono far riflettere tanto sulla condizione umana. A volte ne basta uno, specifico, ma che nel cuore di un teatro riesce a scaldare. Anche se a farlo è una luce fioca. Un tenue bagliore di un sole nei lunghi mesi di inverno norvegese. Una finestra aperta su un appartamento in città, di notte, dove un uomo e una donna si incontrano e si scontrano a colpi di vicendevoli pregiudizi, paure infondate e ombre di introspezione dell’animo.

Being Norwegian, la commedia dello scozzese David Greig approda a Teatro Vascello con un’intensa e lucida interpretazione di Elena Arvigo e Roberto Rustioni e resta in scena fino al 23 novembre.

In scena i due artisti nei panni di Lisa e Sean, due perfetti sconosciuti che si incontrano per caso in un pub e che da quel momento in poi, iniziano ad esplorare e scandagliare l’antropologico contemporaneo fatto di quotidianità ruvida e dura con toni avvincenti.
Il tutto attraverso la lente degli stereotipi identitari e comportamentali che il testo di Greig porta a teatro. 

Essere norvegesi o meno, comprendere quanto un’identità culturale riesca a condizionare le relazioni umane, la vita di un uomo e di una donna qualsiasi nel mondo, in una qualsiasi metropoli, è veramente compito arduo. Un dibattito antropologico profondo forse lontano da una mise teatrale? No. E’ proprio lì che scatta la potenza del teatro. Quella forza che travalica tutto e che a pennellate generose di ironia, delicatezza e storie di vita riesce a raccontare anche di stereotipi culturali e di irrequietezza perenne dell’uomo contemporaneo.

La forza della storia di Lisa e Sean, due sconosciuti che si incontrano in un pub e che ritornano a casa assieme, scomoda persino lo spettatore più incredulo grazie ad un’installazione nuova: non c’è palcoscenico.
Non servirebbe per rivelare verità che si colgono così: aprendo una finestra e osservando cosa avviene in un appartamento caotico, zeppo di scatoloni non ancora disfatti. Non c’è una vera e propria scenografia. C’è direttamente un interno di un’abitazione con un divano rosso, i segni evidenti di un trasloco mai concluso, una radio che nessuno ha voglia di accendere in un angolo. Nessuna barriera tra Lisa e Sean e il loro pubblico.

E’ così che i loro dialoghi, il loro incontro-scontro si accende e poi sfuma dissolvendosi impercettibilmente tra le file degli spettatori. Lì in quella penombra fatta di pulviscolo da luce dei riflettori dove è bello apprezzare “il buio dentro la testa", l’incertezza e l’insicurezza che spesso ci attanagliano, ma che forse come insegnano i Norvegesi non andrebbero viste come limite ma come monito ad agire, costruire, ma soprattutto dialogare con sé e con gli altri.
Linda Tiralongo

sabato 8 novembre 2014

Sessolosè Mia madre non lo deve sapere


Sessolosè
Mia madre non lo deve sapere

Di Maria Antonia Fama e Lorenzo Misuraca
Con Maria Antonia Fama,
Ermenegildo Marciante, Alessandro Di Somma
con la partecipazione di Sebastiano Colla
Regia Velia Viti

TEATRO TRASTEVERE



Una satira scottante, politically in-correct. Maria Antonia Fama, attrice e sceneggiatrice, debutta con una frizzante, briosa e coinvolgente commedia. La verve comica di Sebastiano Colla, ha coinvolto attivamente il pubblico nello spettacolo, con il test sulla sessualità e attraverso le vicende dei vari personaggi/pazienti del sessuologo Cazzullo. 
Mai banale, mai volgare vuoi nella drammatizzazione della ricerca del sesso vuoi nella gag della masturbazione adolescenziale piuttosto che nella monotonia del rapporto di coppia o nella vita quotidiana dall’ufficio alla camera da letto. 
Il sesso diventa simpatico e semplice e se mia madre non lo deve sapere significa soprattutto che va vissuto in una sfera intima e di coppia, da soli o con il partner. 

Impatto visivo e rappresentazione decorosa, nonostante il costume principale sia la nudità. Disinibizione scenica senza pudore, senza tabù, per parlare di ciò che è fisiologico e determinante per la vita stessa. Scenografia scarna ma d’effetto: mancanza di microfoni e piccoli giochi di luce rendono il tutto molto realistico. Centrato come i personaggi e le parole. Una satira in definitiva grossolana ma non di cattivo gusto che tutti gli adulti dovrebbero vedere.
La redazione





lunedì 20 ottobre 2014

Cinque allegri ragazzi morti IL MUSICAL LO-FI

Foto di Adriano Longo 

Teatro Vascello 
dal 3 al 12 ottobre

Cinque allegri ragazzi morti 
IL MUSICAL LO-FI 

Episodio 1/L'alternativa + Episodio 2/La festa dei morti 

Uno spettacolo di Eleonora Pippo
adattamento dell’omonimo romanzo a fumetti di Davide Toffolo
con Mimosa Campironi
Marco Imparato 
Elisa Pavolini
Maria Roveran 
Libero Stelluti
Matteo Vignati 

Musiche di Tre allegri ragazzi morti


Vedere un teatro pieno è una cosa che fa sempre piacere e il musical di Eleonora Pippo è riuscito in quest’ardua impresa. Fa ancora più piacere notare che nella sala del teatro Vascello non c’erano solo addetti ai lavori o attori, registi e autori più o meno lieti di assistere all’opera di un collega. No, il teatro era pieno di fanatici e neofiti di questo fenomeno chiamato Cinque allegri ragazzi morti. 

La storia tratta dal fumetto di Davide Toffolo è piuttosto semplice: cinque liceali muoiono, ma continuano a vivere nel mondo come zombie, non proprio allegri, ma neppure depressi… una via di mezzo con i classici alti e bassi dell’adolescenza. Si dice che la morte cancelli ogni paura, ma non nel caso dei nostri cinque ragazzi. In loro restano vive, urgenti e ruggenti tutte le paure, le frenesie, le follie, i desideri e le bugie che rendono l’adolescenza il periodo peggiore quando lo si vive e il periodo migliore quando lo si ricorda.

Da adolescenti è il carattere dei discorsi che fanno, l’entusiasmo che questi ragazzi hanno in scena e sicuramente il tono delle canzoni che urlano sul palco, e di adolescenti ci si aspetterebbe fosse composto il pubblico di questo Rocky Horror in salsa Avril Lavigne, ma non è così. 
La sala del Vascello è gremita da trenta-quarantenni che da adolescenti hanno iniziato a seguire i Tre allegri ragazzi morti le cui canzoni costituiscono la spina dorsale, se non proprio l’anima del musical. 
Un’opera sgangherata, che non ha certo né i ritmi, le scenografie e le coreografie dei musical americani nè vuole mandare messaggi rivoluzionari: chi sono i veri morti, i veri diversi? Quelli cui batte il cuore ma sono senza amore o quelli che non hanno bisogno di un cuore per amare? 
Un’opera onesta nel suo essere un inno all’adolescenza, l’adolescenza dei “diversi, ma non troppo”, di quelli che non si fermano alla superficie, ma vanno sottoterra come i morti.
Flaminia Chizzola




domenica 12 ottobre 2014

Roma Publications 1998 - 2014

Roma Publications 1998 - 2014 



Il breve reportage fotografico della nostra visita presso il locali della Fondazione Giuliani in occasione della mostra Roma Publications 1998 - 2014. 







La Redazione

Diario di un pazzo


Diario di un pazzo 

di Mario Moretti
con Marco Caldoro
regia di Flavio Bucci

Teatro dell’Orologio dal 3 al 19 ottobre



La mediocrità deborda in follia rendendo la follia stessa mediocre.
La pazzia è uno dei regni più interessanti e più battuti dalla letteratura e dal teatro. La mediocrità d’altronde non è tanto una qualità personale quanto un modo di stare al mondo che ha conquistato la contemporaneità, nella realtà e nella finzione. 

Precorrendo i tempi "Nikolaj Vasil’evič Gogol’ scriveva nel 1834 Diario di un pazzo. In questo breve racconto viene narrata l’esistenza di un misero impiegato, Aksentij Ivanovic Popriscin, la cui vita lavorativa consiste nel temperare matite per il proprio capo e la cui vita personale si sostanzia nel desiderio di far carriera e nell’altrettanto ardente desiderio di conquistare la donna dei suoi sogni, Sofia, proprio la figlia del capo". 
Dal 3 al 19 ottobre al Teatro dell’Orologio, nella Sala Gassman, Flavio Bucci propone l’adattamento di Mario Moretti di questo gioiellino della narrativa russa.

In scena vediamo Aksentij Ivanovic Popriscin, interpretato da Marco Caldoro, alternarsi tra la scrivania dove tempera le matite per il capo e scrive il suo diario personale e l’immaginario mondo esterno dove vive la gente reale e dove respirano i suoi sogni. A questo misero impiegatuccio non è consentito alcun rapporto umano, l’unico con chi parla, cui si rivolge è un altro che forse c’è nella realtà, forse c’è solo nella sua mente, un altro che il regista sceglie di mostrare attraverso uno specchio, una lastra che sempre si frappone tra il protagonista e il mondo. Gli unici con cui Aksentij Ivanovic Popriscin ha un dialogo diretto sono dei cani, delle cagnette e, in un attimo di poesia, la Luna, laddove non finiscono i cervelli degli uomini innamorati, ma i loro nasi, che misurano le loro ambizioni e il mondo che a loro sarà permesso vedere. 

La fonte narrativa cui si attinge e il tema che si vuole trattare – la mediocrità nella sua follia – sono di grande interesse e spingono lo spettatore ad avere grandi aspettative che, però, nonostante la grande energia di Caldoro – in scena da solo per più di un’ora – lo spettacolo non mantiene le sue promesse. 
Il folle che ci viene presentato mantiene sempre lo stesso livello di alterazione, la sua pazzia altro non è che puntare l’indice contro gli altri e dire “E’ colpa vostra se sono così, se non ho ciò che merito, se sono solo mentre voi siete insieme.” Se ciò che conta, nell’arte come nella vita, è il movimento – evoluzione o involuzione, costruzione o distruzione, nascita o morte – questo è assente nell’opera proposta all’Orologio. Degli apici e degli abissi, dei bianchi e dei neri di cui la parabola di un folle si compone, seppure un mediocre folle, lo spettacolo non riporta traccia.

Le cause della follia di Aksentij Ivanovic Popriscin sono l’ambizione frustrata e l’amore deluso: quali ragioni migliori per impazzire, eppure nella nostra società la vera follia non sta nel diventar pazzi di fronte al fallimento, ma nel non impazzire: la maggior parte degli uomini non raggiunge i propri sogni di carriera né conquista l’oggetto del proprio amore, ciò nonostante continua a condurre un’esistenza normale, mediocre sì, ma normale. Forse questo è un aspetto ancor più spaventoso grottesco e raccapricciante della mediocrità dei nostri giorni sul quale auore e regista avrebbero dovuto focalizzare il proprio lavoro.
Flaminia Chizzola



Da Guercino a Caravaggio


Da Guercino a Caravaggio

Sir Denis Mahon e l'arte italiana del XVII secolo
26 settembre 2014 - 8 febbraio 2015
palazzo Barberini - Roma


Vivide sfumature di rosso, sguardi intensi e profondi, e linee delicate, compongono la solenne bellezza di una mostra che conquista il suggestivo palcoscenico di Palazzo Barberini raccontando una storia: si tratta della storia dell'arte Barocca, dei colori intensi del Caravaggio, della statuaria bellezza pittorica di Guido Reni e delle scene intime del Guercino; una storia raccontata efficacemente dalla mostra "Da Guercino a Caravaggio", un percorso espositivo fortemente voluto dal compianto collezionista e storico dell'arte britannico Sir Denis Mahon.

Proprio a Mahon si deve la riscoperta del Guercino, artista rimasto spesso colpevolmente in ombra. Nei dipinti dell'artista di Cento traspare la voglia di rappresentare la "verità emotiva", di racchiudere nelle scene dei suoi capolavori momenti d'intimità con tale passione ed ispirazione da riuscire a far fuoriuscire tali emozioni dalla tela. Ne è un esempio "La Madonna e il passerotto", quadro dalla struggente bellezza, che riesce a restituire all'osservatore tutta la verità di un momento estremamente intimo. 
Il tema religioso passa in secondo piano, mentre veri protagonisti diventano l'affetto della Madonna per il bambinello, ed i gesti spontanei di quest'ultimo. L'atmosfera soffusa abbraccia l'utilizzo di uno stile pittorico caldo e vibrante, accentuando l'intimità della scena.

Molti altri sono i capolavori del Guercino in mostra: dai ritratti assolutamente raffinati, come il "Ritratto al cardinale Bernardino Spada", alle scene mitologiche e bibliche, come "Amnon scaccia Tanae", opere in cui il sapiente uso della luce costruisce scorsi indimenticabili sulla figura umana. 

Dalla prima sala dedicata al Guercino si passa, poi, a quella su Guido Reni. Qui i colori caldi lasciano spazio alle sfumature più tenui, ai bianchi ed agli azzurri della purezza. Eppure le figure del pittore bolognese manifestano una profonda solennità. Le statuarie forme di "Atalanta ed Ippomene" evidenziano un intenso studio della figura umana. Il volto candido di Salomé nell'opera "Salomé con la testa del Battista" colpisce per l'estrema innocenza che trasmette: la donna sembra quasi santificata, a dispetto della scena cruenta in cui è inserita, una figura nobile, pura, a suo modo intima.

Si passa, poi, alla scena cruda e cupa di "Davide con la testa di Golia" del Battistello e alla delicatezza della "Annunciazione" del Carracci. La terza sala esplora un mondo di pittori che hanno fortemente caratterizzato l'arte Barocca e fatto scuola nelle epoche a venire.

La sala di Caravaggio è dominata, invece, dal suo "Autoritratto in veste di Bacco". Si tratta di un'opera potente, che nella semplicità della rappresentazione riesce a catturare l'attenzione e a trasmettere forti sensazioni. Ad esso si unisce l'intensità della solitudine del "San Francesco in meditazione", la crudità della scena di "Giuditta e Oloferne" ed altri capolavori del grande pittore. In pochi quadri si riesce a percepire la grandezza del Caravaggio e le vivide sensazioni che è in grado di restituire.

Menzione speciale, infine, va fatta alle due battaglie di Poussin presenti per la prima volta insieme in una mostra. Si tratta di rappresentazioni epiche, che traggono dai racconti e dalla mitologia l'intensità della storia, donando, nell'attimo rappresentato, la pura essenza degli eventi. 
Luca Virgillito

giovedì 2 ottobre 2014

Museo Civico Multimediale


Museo Civico Multimediale
Largo Municipio, 7
84034 Padula (Salerno)



Chiunque abbia udito almeno una volta il nome della città di Padula lo ha immediatamente associato alla celeberrima Certosa di San Lorenzo che, pur non avendo nulla da invidiare ad altri monumenti dal fascino indiscusso, non è l’unico bene culturale presente all’interno del comune valdianese.

In pochi sanno infatti che, a partire dallo scorso mese di luglio, Padula può fregiarsi del Museo Civico Multimediale, interessante realtà che, a dispetto del nome, ha ben poco in comune con i classici musei italiani. La struttura sorge all’interno di un’abitazione che risale al termine del XVIII secolo, collocata tra l’impianto cittadino di epoca medievale, noto come Santa Maria della Civita, ed il Convento di Sant’Agostino – attualmente sede del Comune – quasi a voler suggellare un connubio tra il potere politico e quello spirituale. 

La dimora è immaginata come quella di un tipico collezionista erudito del XIX secolo ed è proprio lui ad accogliere il visitatore, all’interno della prima sala, attraverso uno dei tanti armadi parlanti che si incontreranno lungo il percorso museale. La sala successiva racconta le vicissitudini del Vallo di Diano, a partire dagli albori: si scopre così che il territorio ha alle sue spalle una storia ricca di contenuti e che persino Spartaco giunse nel Vallo attraverso la famosa Via Popilia. 
La narrazione continua grazie al libro parlante di Boezio e prosegue con le dettagliate informazioni relative alla ricchezza di acqua nel territorio valdianese, fonte di benessere per gli abitanti ma anche origine di spaventose esondazioni difficili da arginare e causate dal fiume Tanagro. La visita prosegue poi al piano superiore, interamente incentrato sul Risorgimento locale, ricco di uomini che offrirono la vita pur di perseguire un ideale: sono i protagonisti stessi a parlare, briganti e patrioti che narrano al visitatore le vicissitudini attraversate in un’epoca ancora molto vicina a noi. 
I moti rivoluzionari del 1799 e del 1821 sono raccontati attraverso burattini che illustrano il brigantaggio mediante un’analisi dettagliata ma, al contempo, fruibile anche da un pubblico più giovane ed inesperto. La penultima sala è poi dedicata esclusivamente alla vicenda di Carlo Pisacane, rivoluzionario e patriota di origini napoletane che trovò la morte a Sanza nel 1857: grazie ad alcune scene tratte dal film “Quanto è bello lu murire acciso”, sono ripercorsi gli ultimi giorni di Pisacane, le concitate azioni dettate unicamente dalla fiducia cieca in un ideale che ben presto si scontrò con la ragione politica e con l’ignoranza delle popolazioni che fraintesero gli intenti dei rivoluzionari. 
L’ultima stanza costituisce un unicum in quanto è inscenato un processo a Pisacane alla presenza di testimoni che vissero quelle vicende e che riferiscono la propria versione dei fatti tramite l’ufficiale borbonico Ghio, Giuseppe Garibaldi, Giovanni Nicotera e molti altri protagonisti. Al termine del processo, il visitatore è invitato, come un giudice popolare, a condannare oppure a graziare Carlo Pisacane attraverso delle vere e proprie votazioni rispondendo ad una semplice domanda: “È giusto perseguire un ideale e battersi per esso anche se le possibilità di successo sono alquanto esigue”? 

Il Museo Civico Multimediale di Padula è come uno scrigno tutto da scoprire che stimola il ragionamento e la sete di conoscenza nel visitatore, ponendosi come una struttura godibile sia dallo studente che avrà modo di vivere le ostiche nozioni apprese sui libri, sia dal turista che forse ignora la ricchezza storica del Vallo di Diano. 

Indubbiamente, la struttura museale ha il pregio di accorpare al suo interno la storia del Vallo attraverso i secoli e attraverso le storie dei tanti uomini che, poco più di due secoli fa, anteposero l’interesse comune alla propria esistenza, credendo fino alla fine nell’unico bene che spetta di diritto ad ogni essere umano: la libertà. 
Francesca Salvato


Museo Civico Multimediale
Largo Municipio, 7
84034 Padula (Salerno)

Giorni ed orari di apertura - Ottobre – Febbraio: dal venerdì alla domenica, ore: 10,00/13,00 – 15,00/19,00. 
Marzo – Settembre: dal martedì alla domenica, ore: 10,00/13,00 – 16,00/21,00. 
Periodo natalizio: ogni giorno dall’8 Dicembre al 6 Gennaio
Periodo pasquale: ogni giorno dalla Domenica delle Palme al lunedì in Albis. 
Costo del biglietto: intero € 3,00 – ridotto: € 2,00. 

Info e prenotazioni: 
Nova Civitas società cooperativa
Tel/Fax: 0975/778145; 347/9626419; 320/4067069; 340/5260927

 









venerdì 1 agosto 2014

Picasso. Eclettismo di un genio


Picasso. Eclettismo di un genio
Dal 31 Maggio al 12 Ottobre 2014

Villa Fiorentino
Corso Italia, 53
80067 Sorrento



A chi gli domandava “Cos’è l’arte?” sembra che Picasso, causticamente, rispondesse: “Anche se lo sapessi non ve lo direi!”. 
Potremmo riassumere in questa frase la complessità artistica di Pablo Picasso, pittore, scultore e incisore spagnolo che ha segnato indelebilmente l’arte del XX secolo. L’esposizione attualmente allestita presso Villa Fiorentino, a Sorrento, racconta un aspetto forse meno noto di Picasso ma, di certo, non meno accattivante, ovvero la sua esperienza come incisore e ceramista oltre che come illustratore. La struttura stessa dell’edificio ha permesso di disporre la mostra in modo opportuno dando il giusto rilievo alle opere del maestro spagnolo. 
Il percorso espositivo ha inizio dal piano terra dove sono ospitate alcune illustrazioni che Picasso realizzò per la commedia “Le Cocu magnifique. Farce en trois actes”: si tratta di una raccolta di 12 incisioni all’acquaforte raffiguranti personaggi dalle forme opulente al limite del grottesco. Un discorso simile può essere fatto anche per la raccolta "Suite 347” che include ben 300 incisioni realizzate in pochissimi mesi, dall’aprile all’agosto del 1968: in questo caso Picasso esplica tutta la sua immaginazione a livello erotico e nelle raffigurazioni convivono una grande umanità e una profonda sensualità ai limiti dell’ironia.

In occasione de “La Célestine”, invece, Picasso sperimenta soprattutto l’incisione su lastra ingessata proponendo raffigurazioni che si rifanno al mito con particolare riferimento all’erotismo e alla morte. Di notevole suggestione anche le opere che illustrano i “Venti poemi di Gongora”: in questo caso si tratta di 41 disegni risalenti al 1948 che ornavano il libro dedicato ai poemi di Luis de Gongora, 19 teste femminili che portarono l’artista a disegnare sulla lastra utilizzando sia il pennello che la penna. Per il balletto “Il Tricorno”, Picasso preparò 26 raffigurazioni di costumi e l’incarico gli venne affidato dall’impresario russo Djagilev: quest’ultimo rimase particolarmente impressionato sostenendo che Picasso fosse riuscito a unire con armonia musica, danza e pittura. 
A chiudere la carrellata delle principali incisioni è “Natural History”, del 1942, dove protagoniste assolute sono le descrizioni anatomiche e fisiologiche degli animali che avrebbero poi arricchito i testi di George Louis Leclerc. Anche la ceramica attirò notevolmente Picasso consentendogli di spaziare dalle semplici decorazioni su piatti alla realizzazione di veri e propri oggetti di design. Molto suggestiva l’opera dal titolo “La Colomba della Pace” dove l’artista gioca con volti di donna che si intersecano con delicate colombe, ma anche le opere dedicate agli animali, come “Il Pesce” o “Il Gufo”, appaiono di grande impatto, mostrando di potersi facilmente adattare come elementi di arredo dal singolare gusto moderno. Ultime, ma non meno particolari, le quattro Opere Uniche del maestro spagnolo che ricorrono alla tecnica dell’olio su tela e del disegno: “Il Moschettiere”, “Figura con Ombrello”, “Venere bianca” e “La Bagnante”. 

In poco più di un mese dalla sua apertura, la mostra “Picasso. Eclettismo di un genio” ha suscitato solo consensi, sia da parte del pubblico italiano che straniero, persino il web è impazzito coniando l’hashtag #PicassoSorrento che sta letteralmente spopolando. L’esposizione è un inno alla sconcertante creatività del maestro spagnolo che, nel corso della sua vita, volle sperimentare di continuo, arrivando persino a precorrere i tempi e battendo sentieri inimmaginabili. 
Di stampo contemporaneo, ma ancorate anche alle forme classiche, le sue opere mostrano un’attualità sconcertante pur essendo state realizzate diversi decenni fa. Picasso era un uomo ma, soprattutto, un artista senza compromessi che consacrò tutto se stesso all’arte, considerandola quasi come una missione da perseguire. 
Francesca Salvato


Picasso. Eclettismo di un genio
Dal 31 Maggio al 12 Ottobre 2014

Villa Fiorentino
Corso Italia, 53
80067 Sorrento

Giorni ed orari di apertura: da lunedì a venerdì: 10.00/13.00 – 17.00/21.00
Sabato, domenica e festivi: fino alle ore 22.00.
Costo del biglietto: intero € 5,00; ridotto per gruppi superiori a 20 persone € 3,00; per gruppi scolastici € 2,00.

Info e prenotazioni: 081/8782284; fax: 081/8773380; www.fondazionesorrento.com; info@fondazionesorrento.com

sabato 28 giugno 2014

Scorci d’arte nella mia città


Scorci d’arte nella mia città

Dal 25 Maggio al 25 Giugno 2014
Museo Diocesano “San Matteo”
Largo Plebiscito, 12

Salerno


Custodire le bellezze della propria città attraverso l’immortalità della fotografia. È questo l’intento proposto dalla mostra “Scorci d’arte nella mia città” dove giovani fotografi al di sotto dei 30 anni hanno offerto la loro personale interpretazione del luogo in cui vivono. 

Ad ospitare la mostra è stato il Museo Diocesano “San Matteo”, splendida realtà artistica del capoluogo sempre attenta a captare gli stimoli culturali: l’esposizione è nata dopo la sigla del protocollo d’intesa tra la Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici di Salerno ed Avellino e l’Associazione “Colori Mediterranei”, anche con l’ausilio dell’Arcidiocesi di Salerno e del Museo Diocesano. 
Quello attualmente in atto è solo l’ultimo step di un concorso fotografico che si è articolato nell’arco di un anno e che ha avuto inizio con “Luce sull’arte: una fotografia come se fosse dipinta”, svoltosi da luglio a settembre 2013, è proseguito con “Arte in Strada”, da ottobre a dicembre dello scorso anno, per terminare con “Scorci d’arte nella mia città” da febbraio ad aprile di quest’anno. Al termine di ogni concorso sono stati scelti tre finalisti e la scelta del vincitore ricadrà su uno dei nove lavori giudicati migliori. 

A raccogliere la sfida di immortalare gli scorci più suggestivi di Salerno tanti giovanissimi che, armati di macchina fotografica, hanno setacciato le strade cogliendo le atmosfere e la vita quotidiana del proprio territorio. 

La fotografia come un prolungamento del proprio sguardo, per comunicare all’osservatore il punto di vista di altri occhi: ogni fotografo ha un suo stile, un suo gusto e, soprattutto, è legato ad una particolare tematica: Dario Tisi, primo classificato, spazia dai cieli incorniciati dai palazzi che svettano, alle strade solitarie e ai tetti delle case fissati nell’immagine in bianco e nero dal sapore un po’ retrò, mentre Valentina Pepe, che conquista il secondo posto, si sofferma sulle fontane osservandole da angolazioni particolari e ponendo in evidenza i singoli dettagli; ma, per lei, anche il complesso di San Pietro a Corte, visto attraverso un semplice cancello, svela parzialmente il suo fascino secolare. Terza, ma non meno importante, Chiara Lombardi che imprime sulla carta fotografica una giovane donna circondata dalla vegetazione che spunta da una delle tante case di un piccolo vicolo. 



Pur soffermando la propria attenzione su coloro che hanno conquistato il podio, anche gli apporti provenienti dagli altri fotografi risultano davvero degni di merito, soprattutto considerando che il comune denominatore degli artisti è semplicemente la loro passione e l’entusiasmo che scaturisce dagli scatti: una strada, del bucato steso ad asciugare, il campanile di una chiesa, un’edicola religiosa o delle semplici palazzine; ogni luogo apparentemente banale può parlare di sé e di chi ci ha vissuto. La fotografia, d’altronde, è soprattutto questo: fissare nella memoria un particolare che ci ha colpito, catturare il momento e sfidare lo scorrere delle lancette. 

Francesca Salvato 




Scorci d’arte nella mia città

Dal 25 Maggio al 25 Giugno 2014
Museo Diocesano “San Matteo”
Largo Plebiscito, 12
Salerno
Giorni ed orari di apertura: tutti i giorni dalle ore 9.00 alle ore 19.00, chiuso il mercoledì.

Ingresso libero